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Latte vaccino sì o no?

di Benedetta Raspini

lattosio

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Il latte è l’alimento per eccellenza della nostra infanzia: c’è chi lo ama da sempre e non riesce a rinunciarci a mattino, chi ne detesta l’odore e il gusto, chi lo evita preoccupandosi del suo effetto sulla salute. Sul suo consumo, infatti, è facile trovare notizie contrastanti, complici le numerose notizie (spesso forvianti) che si leggono in internet, e la disponibilità smisurata di informazioni non sempre verificabili dai non addetti ai lavori. Proviamo a fare chiarezza.

Sommario

Il latte vaccino fa male?

Le ragioni (presunte) per le quali spesso di sente dire che sarebbe meglio evitare di assumere latte di origine animale sono diverse. Ecco le più comuni:

  • L’essere umano è il solo mammifero a bere latte, derivato da altri animali, anche dopo lo svezzamento;
  • Bere latte aumenta il rischio di osteoporosi e di fratture in popolazioni o gruppi di persone che quotidianamente consumano latte rispetto a chi non ne consuma;
  • Bere latte vaccino aumenta il rischio di tumori perché nel latte ci sono ormoni e fattori di crescita somministrati alle mucche al fine di far produrre loro del latte anche se non sono in gravidanza.

Cosa dice però la ricerca e la comunità scientifica? Proviamo a fare il punto.

Sono molti studi che mostrano in realtà tutto e il contrario di tutto, arrivando a contraddirsi ripetutamente tra loro, e questo semplicemente perché c’è ancora molto da imparare e scoprire in merito all’opportunità di includere o escludere il latte dalla propria alimentazione. La prudenza nel trarre conclusioni generali è comunque d’obbligo.

Una delle obiezioni più diffuse al consumo di latte è che consumarlo da “grandi” sia innaturale, qualcosa di forzato che non fa parte della “nostra natura umana”.

Ma è davvero così?

Come per tutti i mammiferi, il latte materno è la prima fonte di nutrimento. In natura, quando il cucciolo cresce e l’alimentazione cambia, la produzione della lattasi viene bloccata o fortemente ridotta. Fra i mammiferi, la specie umana si distingue: circa il 35% delle persone adulte, infatti, mantiene la capacità di produrre l’enzima lattasi e dunque la capacità di metabolizzare e digerire il lattosio. Questa percentuale però non è uniforme. Nelle zone settentrionali di Europa e America l’intolleranza al lattosio è bassa. Nel bacino mediterraneo si aggira sul 40%, mentre alle latitudini meridionali di America, Africa e Asia gli intolleranti sono il 60-90%, perfino il 100%. Essere più o meno tolleranti ai latticini non è solo una questione genetica, ma anche una selezione sulla base di quello che offre l’ambiente.

Grazie agli studi sul DNA, i genetisti e gli antropologi hanno scoperto che, poco dopo la rivoluzione agricola, in alcune popolazioni umane si è verificata una mutazione genetica casuale nel DNA dove sono conservate le “istruzioni” che l’organismo legge per produrre l’enzima lattasi. In quelle persone, la mutazione permetteva di produrre lattasi anche dopo la prima infanzia, quindi in età adulta, diversamente da quanto avviene nelle altre specie animali. Chi era in grado di bere latte senza problemi possedeva un vantaggio in termini evolutivi, perché aveva tutto l’anno a disposizione un alimento completo e nutriente. In modo particolare, questa caratteristica risultava un vantaggio per le popolazioni del Nord Europa o montane, dove gli inverni sono lunghi e freddi e per molti mesi all’anno è difficile trovare fonti alimentari vegetali. Questa caratteristica genetica si è così diffusa nella popolazione umana attraverso i secoli e i millenni. Ecco, quindi, che la capacità di una parte della popolazione umana di mantenere attivo l’enzima lattasi da adulta non è che la naturale conseguenza dei processi di selezione naturale alla base dell’evoluzione di tutti gli esseri viventi e dell’uomo.

Associazione fra consumo di latte e malattie

Per quanto riguarda le presunte associazioni fra consumo di latte e malattie, è bene spendere due parole in più. Quando si parla delle proprietà salutari (o non salutari) degli alimenti, le semplificazioni vanno sempre evitate. Dimostrare l’effetto isolato di un alimento sullo sviluppo di una patologia, invece che considerare l’effetto generale dello stile di vita (alimentazione, attività fisica, consumo di alcol o abitudine al fumo) è oggi quasi impossibile. Quando parliamo di tumore, ad esempio, parliamo in realtà di oltre centinaia di malattie diverse che, seppur tutte accomunate dalla presenza di “cellule impazzite” che si dividono senza controllo, hanno meccanismi di sviluppo e decorso molto diversi fra loro.

Allo stesso modo l’osteoporosi è una condizione influenzata da molti fattori, tra cui la capacità di assorbimento intestinale, la menopausa, la scarsa esposizione al sole e l’assunzione di alcuni farmaci.

L’affermazione secondo cui il consumo di latticini (fonte di proteine animali) provochi un sensibile aumento dell’acidità dell’organismo (la cosiddetta acidosi metabolica), una condizione che estrae i minerali come il calcio dalle ossa per contrastare l’acidificazione, è invece del tutto infondata. L’acidosi metabolica è una patologia complessa, influenzata anche dall’alimentazione, ma un consumo di latte e derivati moderato all’interno di un’alimentazione varia non scatena la malattia. Inoltre, uno stile di vita attivo che comprende movimento moderato tutti i giorni può apportare molti benefici al nostro apparato scheletrico, anche nell’età critica della menopausa.

Gli studi finora condotti sul legame tra consumo di latticini e aumento del rischio di sviluppare un tumore hanno portato a risultati molto contraddittori, mentre l’analisi globale più aggiornata dei dati disponibili sul tema, ha evidenziato l’esistenza di prove solide a conferma di un effetto protettivo di latte e latticini contro il tumore del colon-retto.

È importante ricordare, poi che gli studi epidemiologici riescono a mettere in luce solo un’eventuale associazione e non un rapporto di causa ed effetto tra consumo di questi alimenti e rischio di tumore.

È un fatto accertato, invece, che ad oggi il latte vaccino è uno tra i pochi alimenti completi, fatta eccezione per il suo scarso contenuto di ferro. In base al suo contenuto di grassi viene classificato come intero (3,5% di grassi), parzialmente scremato (tra l’1,5% e l’1,8%) e scremato (0,5 di grassi)%. Dal punto di vista calorico, i valori nutrizionali sono influenzati dal contenuto lipidico del latte: 100 ml di latte intero contengono 64 kcal, 4,9 g di carboidrati, 3,3 g di proteine e 3,6 g di grassi. La stessa quantità di latte parzialmente scremato contiene 46 kcal, sempre 4,9 g di carboidrati, ma 3,5 g di proteine e solo 1,5 g di lipidi. Il latte scremato apporta, invece, quasi la metà delle calorie del latte intero (36 kcal), la stessa quantità di carboidrati e proteine del latte parzialmente scremato (rispettivamente 4,9 g e 3,5 g), ma solo 0,5 g di grassi.

Le proteine del latte sono ad elevato valore biologico perchè presentano tutti e 9 gli aminoacidi essenziali. Meno abbondanti, ma non per questo meno importanti, sono i minerali e le vitamine contenuti in questi alimenti. Un litro di latte bovino contiene 120 mg di calcio, 93 mg di fosforo, 50 mg di sodio e 150 mg di potassio, oltre a retinolo, vitamina E, vitamina B8, B2, B6 e B12. Consumare latte di origine animale, nelle giuste quantità, nell’ambito di un’’alimentazione equilibrata, variata e consapevole, non comporta quindi alcun rischio per la nostra salute.

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Quanto e quale latte (animale) bere?

In generale, considerando che già tendiamo chi più chi meno ad avere una dieta già ricca di grassi e una vita poco attiva, sarebbe meglio scegliere un latte a basso contenuto di grassi, come quello scremato o parzialmente scremato. L’eccezione alla regola è rappresentata dai bambini e ragazzi in fase di crescita a cui può essere consigliato anche il latte intero (nell’ambito di una alimentazione varia ed equilibrata) poiché, avendo una maggiore componente grassa, è più ricco in vitamine liposolubili come vitamina A, D ed E che si assorbono in presenza di grassi nei grassi.

Come per tutti gli alimenti, anche per il latte vale la regola della varietà e della moderazione. La Società Italiana di Nutrizione Umana elabora regolarmente indicazioni aggiornate secondo le più recenti conoscenze scientifiche sul consumo dei diversi alimenti. Per quanto riguarda i latticini, le quantità previste per la popolazione adulta sono da 2 a 3 porzioni al giorno. Ricordiamo che nella famiglia dei latticini rientrano anche yogurt, formaggi freschi e derivati da siero e i formaggi stagionati.

Una porzione di latte corrisponde a 125 ml, una tazza di latte al mattino da 150-200 ml (preferendo quello a basso contenuto di grassi) sarà quindi più che sufficiente!

Per concludere, se il latte è ben tollerato e ci piace, possiamo consumarlo serenamente, rispettando le quantità consigliate dalle linee guida, così come per gli altri alimenti all’interno di una alimentazione equilibrata; se per qualsiasi motivo, anche di natura etica, questi alimenti non sono fra le nostre scelte, è importante ricercare comunque varietà e moderazione nella dieta affinché il nostro organismo riceva tutti i nutrienti di cui ha bisogno.

Qualcosa sull'autore

Ciao! Sono
Benedetta Raspini

Dottoressa Biologa Nutrizionista, sono specializzata in Scienza dell’Alimentazione, con un Ph.D in Psychology, Neuroscience and Data Science presso l’Università degli Studi di Pavia.

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